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Sorelle di ferita

Chi ha interesse a tenerci divise?

Bryan Minear Unsplash

Immagine di Bryan Minear su Unsplash

Di questi tempi si ha l’impressione che il femminismo si stia progressivamente sgretolando in frammenti sempre più affilati e rivolti soprattutto l’una contro l’altra. C’è lo xenofemminismo: tecnomaterialista, antinaturalista e agender, in linea con l’immaginario queer. Questo femminismo non ama parlare di mestruazioni e maternage e quindi non va d’accordo con l’eco femminismo, che pone l’accento sul corpo e si batte per un mondo migliore da lasciare ai propri figli. Poi ci sono le TERF (Trans-exclusionary Radical Feminist), che rifiutano di condividere spazi fisici e di rivendicazione politica con le donne trans. “Donna” diventa una parola di difficile interpretazione. Le discussioni sui social hanno toni accesi, le battaglie infuriano. Ma, mi chiedo, non è che così stiamo perdendo di vista l’obiettivo? Perché sul piano politico, così come nell’esperienza privata, le relazioni tra le donne finiscono così spesso rovinosamente in conflitto?

Sofie della Vanth (creativa a tutto tondo e sciamana contemporanea), nel suo libro “Il conflitto tra le donne, esplorazione di un tabù sulla traccia del suo dono” propone un approccio davvero insolito al tema. Nella sua esperienza il conflitto femminile non è un problema di relazione, ma nasce in un luogo non riconosciuto, non vissuto, in un livello transpersonale dato dall’essere da troppi secoli immerse in una cultura che teme la collaborazione tra le donne. La cultura patriarcale guarda come ad una minaccia l’efficacia dell’agire femminile per un’obiettivo comune. Quando questo agire rischia di diventare efficace, generando naturalmente un senso di fiducia e di abbondanza, il conflitto giunge puntuale a interrompere il flusso. Riportare frammentazione, disconnessione, paura e senso di scarsità, è fondamentale per l’ideologia patriarcale, che su questo si regge. Secondo Della Vanth, la ferita dell’Inquisizione, che ci ha insegnato come fidarsi di un’amica possa essere mortale, è tutt’altro che rimarginata. Si tratta di poche generazioni addietro. Le nostre ave hanno imparato che la connessione con il proprio corpo, con le altre donne e la Terra è pericoloso ed apre ad atroci torture. Il contatto intimo con il proprio sapere profondo e con quello delle altre a questo livello può portare a galla, quindi, un dolore devastante. E potenzialmente anche dolori ancora più sepolti nel tempo, come quello della distruzione violenta delle culture matriarcali. Per questo l’autrice sostiene che nei conflitti femminili non sia sufficiente basarsi su un approccio psicologico. La sua proposta è allargare “sciamanicamente” il campo, comprendendo che l’urlo di dolore può venire da molto lontano, da molto altro. Non basta che accolga te, mia avversaria e mia sorella di ferita: devo accogliere anche quel grido lì, che è anche il mio, perché entrambe stiamo soffocando nello stesso campo inquinato.

Interessante, non trovi? E per te com’è? Com’è la tua esperienza nella relazione con le altre? Si collabora efficacemente o sorgono spesso conflitti così intricati da rendere impossibile condividere lo stesso spazio? Da cosa pensi dipenda? Hai trovato soluzioni? Lo spazio commenti è aperto!

E mentre ci pensi, ti racconto anche di un altro spazio aperto: durante il weekend dell’otto marzo quest’anno proveremo a spargere nuovi semi. Sei associazioni che lavorano sul femminile con diversi approcci hanno intrecciato le loro energie nella realizzazione di un evento totalmente gratuito per incontrarsi, rilassarsi, approfondire, apprendere, scambiare, manifestare, confrontarsi, danzare e cantare. Un caldo benvenuto a tutte, a tutti e a tutt* coloro che vorranno immergersi in queste acque: qui il programma di questa magica “Festa in Rosso”.

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