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La sacra dignità della scelta

Teniamoci stretta la 194, ma migliorare si può.

Ancelle in Alabama

Immagine della fotografa Liz Carrol, maggio 2019.

Il 22 maggio del 1978 in Italia entra in vigore la legge 194: l’aborto non è più un reato.

Già quattro anni dopo le cifre parlano di una flessione del numero di interventi. Oggi siamo al 74,7% in meno rispetto agli anni in cui entrò in vigore la legge. Dati alla mano, depenalizzare l’aborto non significa, dunque, incentivarlo.

Invece dove l’aborto è un reato, sempre dati alla mano, le donne trovano comunque il modo di liberarsi di una gravidanza indesiderata, a costo della propria salute e spesso della propria vita.

Difficilmente le donne dell’Alabama smetteranno di abortire, anche se ora infrangeranno la legge, anche se l’assistenza sanitaria sarà loro negata perfino nei casi in cui il feto nel loro grembo sia esito di uno stupro o di un incesto. Non è teoria: in Argentina, nel marzo di quest’anno, una ragazzina undicenne, abusata dal compagno della nonna, è stata costretta dalle autorità a portare avanti la gravidanza. Difficile chiamare in causa il rispetto per la vita in casi come questo.

Sono certa che un’interruzione volontaria di gravidanza debba restare l’ultima spiaggia. Che non sia un metodo contraccettivo, che abbia un costo altissimo per la donna, che rappresenti l’evidenza di un fallimento. Un fallimento epico, che mina le radici della nostra stessa umanità, quando quella vita è stata piantata con la violenza. Un fallimento sociale se deriva da una scarsa conoscenza del proprio corpo o dal non avere accesso, per cause culturali o economiche, alla contraccezione. Un fallimento del metodo contraccettivo nel più lieve dei casi, ma un fallimento resta.

Qualcosa a qualche livello non ha funzionato per far arrivare la donna a quella scelta.

Non credo esistano donne che guardino con leggerezza all’aborto. Tutte quelle che lo hanno vissuto hanno dovuto fare i conti con una ferita che ha urlato nei loro corpi e nei loro cuori, sia che la vita abbia lasciato il loro ventre per sorte, sia che lo abbiano scelto.

La nostra legge non è perfetta, ma, guardando a cosa sta succedendo altrove, è bene tenercela stretta.

Forse alcune (molte?) interruzioni volontarie di gravidanza potrebbero essere evitate se la maternità fosse davvero tutelata, se la “conciliazione” vita-lavoro non fosse una presa in giro, se le donne in età fertile non fossero costrette a firmare fogli di dimissioni in bianco, se non fosse loro imposto di fare una scelta tra figli e carriera.

Forse alcune (molte?) interruzioni volontarie di gravidanza potrebbero essere evitate se il de-formarsi e il trasformarsi del corpo non fossero guardati con diffidenza; se la gravidanza, il parto, l’allattamento non fossero avvolti dalla paura; se si restituisse a questi fenomeni la loro irriducibile complessità; se fosse più comune viverli per l’esperienza di potere che sono; se diventare mamme oggi in Italia non implicasse un calvario di solitudine e fatica.

Forse alcune (molte?) interruzioni volontarie di gravidanza potrebbero essere evitate se ci fosse una cultura più positiva del femminile, se le ragazze avessero una maggior consapevolezza dei propri corpi e del loro funzionamento, se avessero una così alta stima di sé da rifiutare con decisione un rapporto non protetto, se i condom fossero distribuiti gratuitamente nelle scuole, se l’educazione alla sessualità e al rispetto dell’altro fossero considerati basilari, se lo stupro (fuori e dentro la famiglia) non esistesse.

Rispetto a questo si può e si deve fare moltissimo. E, dall’altra parte, ci dovrebbe essere una maggiore sensibilità nei confronti delle mamme interrotte.

Ci dovrebbe essere la possibilità di un sostegno nella guarigione dopo questo strappo, che è molto più doloroso di quanto sia politicamente corretto dire.

Ci dovrebbe essere una cultura di rispetto delle scelte altrui (e della legge dello Stato) più diffusa: in Italia i medici obiettori in alcuni casi oltrepassano il 90% (mentre in Germania sono il 6%, in Francia il 3%, in Nord Europa praticamente non esistono). Per fare fronte al problema non sarebbe male che tutte le strutture pubbliche semplicemente non assumessero ginecologi che non intendono praticare aborti.

Se la vita è sacra, una donna non può perderla infilandosi un fil di ferro nell’utero.

Se la vita è sacra, non può esistere che una bambina sia abusata e poi costretta a partorire.

Se la vita è sacra, deve essere tutelato il diritto di ogni individuo di poter scegliere come conservare la propria salute, come gestire la propria malattia, se e quando come donna aprirsi o no al passaggio della vita, se e quando le condizioni siano tali da garantire la dignità dell’esistenza, se e quando la morte, che è altrettanto sacra, non sia preferibile.

Se la vita e la morte sono sacre, sacro è il corpo di ogni persona e sacro il proprio diritto su di esso.

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