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Il femminismo spiegato semplice

(perché serve ancora e come fare la propria parte)

La regina Boudicca, che assieme alle sue figlie nel 60 dC guidò una grande rivolta contro gli invasori romani.

Una cara amica mi chiede di raccontare al figlio diciassettenne due cose sul femminismo.
Un po’ stordita dalla responsabilità, provo a partire dalle basi.

Mia nonna non aveva il diritto di voto. Ha iniziato a poterlo esercitare dopo la guerra, nel 1946, dopo aver partorito cinque figli. Quando mia mamma andava alle scuole medie, l’Associazione delle giuriste tentò di aprire alle donne la carriera della magistratura. La risposta fu: non se ne parla. Una laureata in legge non può esercitare la professione perché: “fatua, leggera, superficiale, emotiva, passionale, impulsiva, testardetta anzichenò, approssimativa sempre, negata quasi sempre alla logica, dominata dal pietismo, che non è la pietà; e quindi inadatta a valutare obbiettivamente, serenamente, saggiamente” (“La donna giudice ovverosia la grazia contro la giustizia“, E. Ranelletti, 1957).
Questa sentenza fu ribaltata sei anni dopo, quando mia mamma faceva la maturità. Essere arrivata a questo risultato era straordinario: era la prima della sua famiglia ad avere un diploma di scuola superiore. La possibilità di proseguire gli studi a livello universitario fu riservata al fratello maschio. Del resto, in quegli anni per una donna non era normale pensare ad una carriera. Studiava, se le andava bene, per “coltivare se stessa” e diventare una buona moglie e una buona madre. Io sono stata la prima nella mia famiglia a laurearsi. Lo dico per sottolineare quanto queste conquiste siano recenti, nonostante vengano da molto lontano.

Il movimento per il riconoscimento dei diritti delle donne è iniziato con La Rivoluzione francese, quando M.me de Keralis presentò all’Assemblea Rivoluzionaria il “Cahier de Doléances des femmes”. Ha preso forza alla fine dell’Ottocento con le sufragette, che in Inghilterra lottavano per il diritto di voto. Si è definitivamente affermato con il femminismo degli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Sembra che, apparentemente, non ci sia più molto da conquistare. Ma la strada è molto più lunga, il ragionamento più complesso, la posto in gioco molto più alta di quanto si pensi.

Chi detta le regole

La sentenza “Ranelletti” del ’57, citata in apertura, diceva anche “Dio creò la donna quale collaboratrice dell’uomo… e non perché diventi la concorrente, l’antagonista, o il doppione dell’uomo, che ne usurpi le funzioni ed i lavori, diventi cioè la sabotatrice di lui”. E ancora oggi c’è chi guarda al femminismo come ad un movimento pericoloso, che mina i pilastri sui quali si regge l’ordine naturale delle cose.
La verità è che questa cultura, che possiamo definire patriarcale e capitalista, non rappresenta affatto l’ordine naturale delle cose, ma un suo sovvertimento relativamente recente (gli ultimi quattro o cinquemila anni a livello evolutivo sono un intervallo di tempo ridicolo).

L’ordine naturale prevede infinite variabili nella relazione maschio-femmina delle diverse specie: il maschio alfa non è la norma. In natura ci sono infatti maschi che curano i piccoli, maschi fisicamente più piccoli delle femmine, maschi gerarchicamente subalterni, maschi e femmine molto paritetici.

Anche limitando l’osservazione ai primati, bonobo e scimpanzè, apparentemente molto simili, hanno una relazione tra i sessi e tra gli individui del gruppo assolutamente diversa. I bonobo sono pacifici e collaborativi, gli scimpanzè aggressivi e gerarchici. Nelle stesse società umane esistono molti esempi, anche se poco noti, basati sulla collaborazione, l’economia del dono e la trasmissione della conoscenza e della gestione dei beni in linea matrilineare.

Se quindi vogliamo affidarci ad un’osservazione scientifica, non esiste una “regola” naturale per cui il maschio bianco debba occupare il vertice di una piramide. La piramide se l’è infatti totalmente inventata lui e ha cominciato a ridisegnare le regole del mondo da questo punto di vista. Ma com’è successo? E quando?

Differente è bello (o no?)

Il neonato inizia il suo viaggio di essere cognitivo accorgendosi che il suo corpo è distinto da quello della sua mamma. Similmente le prime azioni del cervello umano, all’alba della specie, sono state stupirsi per il giorno e per la notte, per il pisello e per la patata. Eh sì, la differenza tra maschio e femmina è stato uno dei motori della conoscenza. Perché come accade ai bambini piccoli, se vedo che tu hai una proboscide tra le cosce e io ho un’orchidea, capisco che c’è l’uguale e c’è il diverso. E da lì è tutta una scoperta: il caldo e il freddo, la luce e l’ombra, il bianco e il nero, il morbido e il duro, il dolce e l’amaro e via così.

Questo procedere per coppie di termini antitetici è proprio alla base della forma mentis dei sapiens.

Ad un certo punto, però, il paradiso terrestre del meravigliarsi di ogni cosa va in crisi. Vuoi perché l’avvento della caccia ci ha fatto sterminare una quantità assurda di animali e sono venuti periodi di magra, vuoi perché abbiamo deciso di diventare stanziali anziché nomadi e di accumulare beni… ad un certo punto abbiamo iniziato a ribaltare la faccenda per cui differente è bello (in natura è così, dalla genetica alla biodiversità) in differente (cioè straniero) è pericoloso, brutto, sporco e cattivo. Qui siamo all’alba della storia umana per come ci è stata raccontata.

Dal dare valore al misurare (e ritorno?)

Circa cinquemila anni fa sorge una nuova era del pensiero che comincia a misurare. A partire dalle derrate alimentari per arrivare a tutto il resto, il mondo viene giudicato in termini di maggiore o minor valore economico.

Dal riconoscere le differenze si passa a temerle. Dall’osservare che queste differenze tessono la trama del modo, si passa ad incasellare ogni cosa come “bene” (mi fa guadagnare) e “male” (mi fa perdere).

Per le donne arrivano anche i cosiddetti cazzi amari. Accumulando beni diventa rilevante difenderli dalle incursioni di gruppi rivali, quindi la figura del maschio guerriero scala la classifica della popolarità. In questo movimento le femmine vengono equiparate a merci di scambio per sancire alleanze. Poi si pone la questione degli eredi cui lasciarli, questi beni. E le donne vanno tenute sotto controllo perché altrimenti ‘ste zoccole non si sa mai da chi decidono di farsi ingravidare.

Se c’è bene da una parte e male dall’altra, ecco che maschio dev’essere per forza giorno, calore, potenza, mentre alla femmina toccano freddo, notte, debolezza.

Se vogliamo pensare ad un femminismo nuovo, capace di essere una forza propulsiva che non mira tanto a distruggere un ordine preesistente, ma a guarire un sistema malato per il vantaggio di tutte, tutti e tutt*, ecco il suo primo compito: passare da un pensiero dicotomico (bene, male), ad un pensiero polare. Come nella pila, i due termini di una differenza non hanno diverso valore.

Il polo positivo e quello negativo sono entrambi necessari per creare energia.

È importante che le donne abbiano accesso alle professioni, alla politica, all’economia, non perché possano diventare uguali agli uomini, ma perché sono portatrici di sguardi, attitudini, pensieri diversi. E in un momento in cui l’ordine preesistente è in profondissima crisi, questa è una scelta strategica vincente.

Una questione di forme

Il secondo compito, credo, è passare da una visione piramidale, gerarchica, dove c’è un condottiero che decide per la vita e la morte dei suoi sottoposti, ad una visione inclusiva e circolare. Il “nuovo” femminismo sa che

punti di vista diversi aiutano a prendere una decisione più organica ed efficace.

Il cerchio, dove non c’è chi sta sopra o sotto, prima o dopo, è ad esempio il modello politico con il quale venivano prese le decisione nelle tribù native americane.

Passare dalla piramide al cerchio, come “forma pensiero” non è affatto facile perché, come quello del valore (o disvalore) delle differenze, anche quello che vede la gerarchia come necessaria al funzionamento di un’organizzazione è un pregiudizio difficile da estirpare.

La gerarchia patriarcale, ampiamente diffusa sul pianeta Terra negli ultimi cinquemila anni, ha visto il maschio eterosessuale bianco scalare il vertice della piramide e collocarsi all’apice del creato. Che il posto gli spettasse era provato dal fatto che dio padre lo avesse fatto a sua immagine. Da questa posizione il nostro campione ha via via assoggettato al suo volere l’ambiente che lo circondava e gli animali che lo abitavano, la propria moglie e i propri figli, i membri di culture diverse dalla sua (conquistandone e depredandone i territori). E attualmente sta esaurendo le risorse del pianeta.

Dissolvere la gerarchia è possibile andando alla radice di questa forma pensiero. E la gerarchia più tenacemente radicata, da cui tutte le altre discendono di conseguenza, è quella che prevede il primato dello spirito sulla materia, ovvero dell’anima sulle sue spoglie mortali, o più modernamente del pensiero sulle altre funzioni corporee.

Se la Mente ci mente

Pensare per noi è generalmente ritenuto più importante che fare la cacca. E anche se non farla per qualche giorno non ci fa pensare tanto bene, l’intestino è detto secondo cervello (il che significa che quello che sta nel cranio detiene comunque il gradino più alto del podio).
Da Aristotele a Cartesio, il pensiero occidentale si è fondato sul percepire mente e corpo come entità separate. In questa visione alla mente è attribuito un valore maggiore, perché ci distingue dagli altri animali che popolano il pianeta. Il corpo, invece, è il trait d’union con questi (anzi, parlando di “fisico bestiale”, sono messi anche meglio di noi, chi per un aspetto chi per l’altro). Dato però che nessun delfino, ratto o scimpanzé ha mai costruito un razzo per andare sulla luna o dipinto la Cappella Sistina, ne discende per forza che la mente debba comandare e disciplinare il corpo.
Su cosa sia però la mente, il dibattito è aperto. La faccenda non è diversa dal cercare prove dell’esistenza dell’anima: nessun medico o scienziato l’ha mai trovata.

Se infatti il cervello è un organo concreto, parte di un sistema nervoso che condividiamo con parecchie specie, da dove vengono i pensieri, l’immaginazione, la capacità di riflettere su noi stessi e sul significato delle cose? In quale punto dell’evoluzione sono saltati fuori? Quale linea di confine possiamo tracciare nel definire quando l’unione tra due gameti XX e XY diventa un essere umano?
Non si tratta di una questione puramente filosofica: capirlo è cruciale nell’ambito della ricerca sulle intelligenze artificiali, ad esempio, ma anche per le decisioni che prendiamo dal punto di vista etico, economico o politico.

L’intuizione che sta attualmente guidando gli esperti di mente e cervello è che il pensiero sia essenzialmente un flusso di informazioni, una sequenza di passaggi che possiamo minuziosamente elencare (come potrebbe essere ad esempio una ricetta di cucina) e che viene trascritta in forma di algoritmo. Nel momento in cui riesco a creare un algoritmo sufficientemente accurato e dispongo di una macchina con una capacità di calcolo sufficientemente potente, posso insegnare al computer a battere a scacchi i campioni del mondo umani (come ha fatto Deep Blue della IBM) o a comporre partiture che i musicisti non riescono a distinguere da quelle di Bach, Beethoven, Chopin, Rachmaninov o Stravinskij (come il progetto di intelligenza artificiale EMI di David Cope).
In questa visione l’essere umano è un codice estremamente complesso, ma che è in nostro potere decifrare, se non oggi, non appena i mezzi tecnologici ce lo consentiranno.

Ma esiste un codice da decifrare? Un codice che ci darà la soluzione definitiva a tutti i problemi che i corpi ci propinano, tra cui malattie, invecchiamento e morte?

Il corpo saggio, il corpo sacro

Il corpo è un contenitore per la mente? Siamo quindi qualcosa di simile a un calice di vino?

In quel caso il soggetto è la preziosa bevanda. Il bicchiere ha certo la sua rilevanza: come ci insegnano i sommelier non è la stessa cosa bere da una forma panciuta, che esalta i profumi di un corposo bordeaux, o da una flute, che invece è più adatta allo zampillante perlage di uno champagne.
Ma in tutti i casi si tratta di dettagli: la sostanza è quello che mi bevo, quindi il bicchiere conta sì, ma fino a un certo punto. Se siamo dunque un flusso di informazioni (la mente) collocato in un contenitore (il corpo), allora è bene che facciamo tutto quello che è in nostro potere perché il contenitore non infastidisca il suo più prezioso contenuto e che ad esso si conformi. In quest’ottica il corpo va modellato in base al nostro pensiero, tenuto in efficienza in quanto strumento e faccende come mestruazioni, gravidanze, parti e allattamenti sono da leggere come incidenti evolutivi, cui trovare più efficienti soluzioni al più presto possibile.

Anche all’interno di questa metafora, resta il problema che un vino di qualità può sì teoricamente essere ricondotto ad una formula chimica da copiare in laboratorio, ma un buon palato riconoscerà la differenza, che viene da quel particolare terreno, dall’esposizione al sole, dall’atmosfera nella quale è fermentato il mosto, dal materiale che lo ha contenuto e così via. I dettagli sono infiniti e non sappiamo mai in quali modi interagiscano per creare l’effetto finale, che non può prescindere nemmeno da una percentuale infinitesima di quegli stessi dettagli.

Ma andiamo oltre e poniamo invece che il corpo non sia separabile in alcun modo dalla mente. Se io “sono” il mio corpo che si muove, mangia, caca e scopa, tra le altre cose pensa, vede il mondo e lo decifra dalla sua prospettiva, che si è formata in un miliardo di diverse interazioni con il suo specifico ambiente e con altri corpi, allora le cose diventano molto diverse.

Il fatto che ho una figa anziché un cazzo, che nel giocare tra noi possiamo unirci e creare una nuova vita, che tra le differenze possiamo annoverare un organo in più, l’utero (che può eventualmente far crescere un altro individuo), che c’è un altro organo (la placenta) che è contemporaneamente di due persone assieme, che se una mamma e un neonato si guardano senza toccarsi il battito dei loro cuori si sincronizza… tutto questo non è rumore di fondo. Non si tratta di piccole curiosità provenienti da un altro tempo e ora desuete, ma di fatti estremamente rilevanti, che mi definiscono e che contribuiscono a formare il mio pensiero.

Cambiare la marea che potrebbe travolgere la nostra casa significa tornare a dare voce al corpo.

Il che è molto “ragionevole”, dato che sappiamo che il sistema nervoso porta informazioni al 90% dal corpo al cervello e solo per il 10% dal cervello al corpo. Il corpo, quindi, agisce sulla mente, la “forma” e la modella molto più di quanto, come invece siamo portati a credere, la mente abbia il potere di modificare il corpo.

Il nostro corpo viene tessuto in un certo modo dentro un altro corpo. Nasce e viene accudito in un certo modo. Se è femminile mestrua e volendo partorisce e allatta in un certo modo. Talvolta si ammala e poi guarisce in un certo modo. E muore in un certo modo.

In tutta la faccenda, il “come” diventa molto rilevante. Il “come” diventa sacro.

Cambiare la marea

Alla fine è tutto qui:

  • valorizzare la differenza,
  • dissolvere la gerarchia (sostituendo la forma piramidale con il cerchio),
  • (ri)dare voce al corpo.

Tre punti strategici, vitali, indispensabili per riuscire a cambiare rotta prima di schiantarci definitivamente.

Il disprezzo del corpo, il disconoscimento della sua sacralità, tutti gli arroccamenti verso la conservazione del potere a livello economico, di genere, etnia, religione, sessualità sono sclerosi, malattie. Abbiamo la responsabilità di guarirle per poter guarire il nostro stesso esistere sulla Terra che ci ospita.

Non è un compito facile e io ho fiducia.

Nonostante tutti i timori e la generale sfiducia nei loro confronti, le nuove generazioni se lo sono pienamente assunto, questo compito. A partire da giovani uomini che desiderano studiare il femminismo 🙂

Nota

Ampi stralci di questo articolo sono presi di peso da “Le mirabolanti imprese di Lady V, il Rinascimento della gnocca”.

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